He-Yin Zhen nasce nel 1884 e muore nel 1920. Scrittrice anarcafemminista cinese contemporanea di Emma Goldman, ha elaborato una teoria filosofica e politica che unisce istanze anarchiche e femministe – visioni del mondo non solo compatibili, ma convergenti. He-Yin Zhen nasce in una famiglia agiata come He Ban e successivamente sceglie di firmarsi con il cognome da nubile della madre, Yin, e l’epiteto Zhen (“tuono”). Proprio Il tuono dell’anarchia è il titolo della traduzione italiana della sua opera più celebre.
La filosofia e il pensiero politico di He-Yin Zhen sono ispirati dal taoismo, nonostante o forse proprio per la sua educazione e formazione conformi ai classici del confucianesimo.
Chiara Bottici, filosofa carrarese anarcafemminista e docente universitaria, è venuta in contatto con il pensiero di Yin Zhen mentre si occupava di tradizione anarcafemminista spingendo le sue ricerche e i suoi studi oltre l’occidente: Yin Zhen, infatti, non solo è stata la prima a tradurre in cinese l’opera di personalità anarchiche del calibro di Kropotkin e Goldman, nonché la prima a tradurre il Manifesto del Partito Comunista, ma ha anche dato un contributo elaborato e originale all’anarcafemminismo.
Per quanto riguarda il suo pensiero politico-filosofico, Bottici rileva due concetti fondamentali: uno è relativo al concetto di binarismo di genere come oppressione primigenia; l’altro al sistema di sfruttamento patriarcale e capitalista in contrapposizione a una visione del mondo taoista: si tratta dell’idea che nel mondo esista – o meglio, esisterebbe – un ordine spontaneo, ovvero che la natura di per sé non creerebbe quell’accumulo di ricchezze e capitale che sta alla base dell’oppressione, del privilegio e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo (e sulla donna). Il condizionale è d’obbligo, perché questo ordine spontaneo esisterebbe, appunto, se non ci fossero i sistemi di dominio che caratterizzano invece la società capitalista. È proprio l’accumulo di ricchezza che permette, anzi richiede, ai pochi di opprimere i molti (e, di nuovo, le molte). Questo equilibrio spontaneo è ben definito dalla locuzione giustizia naturale, che è anche il titolo della rivista per la quale He-Yin Zhen scrive.
Ma questo equilibrio spontaneo è mai davvero esistito? La domanda resta aperta, ma He-Yin Zhen, e Chiara Bottici con lei, tocca il problema mettendo in luce il fatto che la teoria anarchica nasce con la modernità proprio perché prima esperienze “anarchiche”, “equilibri spontanei” erano realtà reali, vite vissute. Bottici infatti, riprendendo Yin Zhen, evidenzia come per la maggior parte della storia dell’umanità non siano stati i governi, gli Stati e tutto il loro apparato istituzionale a detenere il sostanziale monopolio del potere economico e politico nel modo in cui accade oggi – un tema che è già stato trattato nel precedente articolo uscito su Umanità Nova per questa rubrica, quello su Emma Goldman dal titolo L’anarchia come insegnante dell’unità della vita e lo Stato sovrano come strumento del sessogenere sovrano. Insomma, è solo quando si accumulano ricchezze che i pochi che se ne sono appropriati ai danni dei molti istituiscono un nuovo modo per tutelare i propri privilegi, costruendo un sistema di potere economico e politico raffinato, controllante e pervasivo: lo Stato.
Per Yin Zhen la categorizzazione dei corpi nel sistema binario maschile-femminile e uomo-donna è il primo mezzo attraverso il quale si instaura l’idea dell’oppressione, nella misura in cui si instaura l’idea che alcuni corpi (e le persone che sono quei corpi) siano superiori ad altri per qualità intrinseche e inoppugnabili. In questa visione, il capitalismo non avrebbe fatto altro che riprendere l’idea di oppressione così costruita e interiorizzata traducendola in termini di oppressione di classe e concretizzandola in un apparato, lo Stato, al fine di reificarla, perpetrarla e universalizzarla. Il capitalismo, con le parole di Bottici, risignifica la misoginia che già era presente nel patriarcato precapitalista.
Si comprende meglio, a questo punto, un estratto da Il tuono dell’anarchia che recita “se le donne cambiassero la loro voglia di far parte del governo con quella di eliminarlo allora ne sarei davvero felice”: una dichiarazione politica che si inserisce in un contesto sociale, il primo Novecento, in cui il movimento di emancipazione femminile trainato dalle suffragiste chiede a gran voce il diritto di voto. Per Yin Zhen, mettere una donna al posto di un uomo non cambia la natura patriarcale dell’istituzione governativa e statale, che ne risulta comunque legittimata – un altro tema già ampiamente trattato nei precedenti articoli. Dunque la strategia politica vincente, per Yin Zhen, non è lottare per far parte del governo, ma per abolirlo, per ripensare daccapo il mondo e il modo di starci.
In questa visione, citando ancora Yin Zhen per chiudere il cerchio, è chiaro che “Liberazione delle donne vuol dire né donne né uomini sottomessə.”
Né servi né padroni. Né servə né padronə.
Se.